venerdì 27 aprile 2007

Cogne, Oggi l'ultimo atto.

TORINO - "Spero che siate giusti nel giudicare. Io non ho ucciso mio figlio. Io non gli ho fatto niente". Lo ha detto Annamaria Franzoni, con la voce rotta dalle lacrime, rivolgendosi ai giudici in una breve dichiarazione spontanea. Terminata l'ultima replica dell'avvocato difensore di Annamaria Franzoni, i giudici si sono riuniti in camera di consiglio.

PAROLA ALLA DIFESA
Le intercettazioni telefoniche con le quali i familiari di Annamaria Franzoni parlano dell'arma usata dall'assassino del piccolo Samuele Lorenzi sono state male interpretate dalla pubblica accusa: questa la tesi espressa dall'avvocato difensore, Paola Savio, nell'apertura del suo intervento. "Ascoltando i brani, e non limitandosi a leggerne le trascrizioni, si capisce l'esatto contrario" di quanto afferma il pg Vittorio Corsi. "Il papà di Annamaria - ha detto la penalista - ha cominciato a cercare un oggetto di rame perché gliene aveva parlato il consulente Carlo Torre, che all'epoca era il consulente della difesa (e che oggi è tornato a ricoprire questo incarico - ndr)". "Se è stata la bimba sarò io il primo a condannarla": è quanto affermò il padre di Annamaria Franzoni, Giorgio, durante una conversazione intercettata dai carabinieri nelle settimane successive all'omicidio del nipote Samuele. La circostanza era già emersa, ma è stata ricordata in aula dall'avvocato difensore per sostenere la buona fede dei familiari della donna nel momento in cui hanno cominciato a riflettere sull'arma usata dall'assassino e a cercarla. "Ricordate - ha ancora detto Savio ai giudici - che voi non potete condannare Annamaria per le colpe di suo padre".
"L'assassino di Samuele Lorenzi non indossava gli zoccoli" di Annamaria Franzoni. Agganciandosi alle analisi del proprio consulente tecnico Carlo Torre e alle stesse perizie dei carabinieri del Ris, la penalista ha spiegato che le macchie trovate sotto le suole "hanno calpestato solo qualche macchiolina di sangue in via di essiccamento" e, quindi, probabilmente durante i soccorsi. Se gli zoccoli fossero stati calzati al momento dell'aggressione le macchie sarebbero state diverse e "avrebbero lasciato delle tracce di calpestio sul pavimento". Gli inquirenti non hanno fatto esaminare due macchie (chiamate traccia L e traccia 6 o "alfa 51") che "potenzialmente indicavano il percorso di uscita dell'assassino" dalla casa di Cogne in cui fu ucciso il piccolo Samuele Lorenzi. L'avvocato, in particolare, si è soffermata su una macchia disseccata all'ingresso della villetta, che non fu esaminata in quanto i carabinieri "affermarono che non era solubile in acqua distillata e quindi non poteva essere sangue". "Ma che differenza c'é - ha detto la Savio - tra del sangue secco e un vegetale secco? Il mio consulente, Carlo Torre, ha fatto l'esempio del merluzzo e del fagiolo: entrambi si seccano quando perdono acqua. Perché il sangue è solubile e un vegetale no? E poi un test non si nega a nessuno". La perizia della Bpa (Blood Pattern Analysis, ovvero l'analisi degli schizzi di sangue) utilizzata al processo per il delitto di Cogne "non dimostra scientificamente che a uccidere è stata la mamma": ha concluso Paola Savio. "Non è scientificamente provato - ha affermato - che l'assassino indossava il pigiama. Non è scientificamente provato che si trovasse nella posizione indicata dagli esperti. Non è scientificamente provato, dunque, che è stata la mamma".

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